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UN MERCATO DEL LAVORO IN CONTINUA EVOLUZIONE

Viviamo in un’era di accelerazione digitale senza precedenti, tecnologie come l’intelligenza artificiale generativa, automazione, big data, cloud computing e in una prospettiva a medio termine il quantum computing, stanno ridisegnando le industrie e le professioni.

Questa evoluzione non è più solo una tendenza ma una realtà consolidata che impone una riflessione profonda sulle competenze di oggi e del futuro.

Il calcolo sul numero delle figure professionali che mancano e che mancheranno nel breve-medio periodo  è difficile da fare, Unioncamere con Excelsior stima in cinquecentomila le figure professionali necessarie per le imprese già oggi. Un dato intollerabile per il nostro Paese se pensiamo al tasso di disoccupazione giovanile del 50%, all’esercito dei neet (giovani che non lavorano, non studiano, non fanno formazione, 1,8 milioni in Italia) ed infine al tasso di dispersione scolastica e agli abbandoni.

Tutti evidenziano l’importanza della formazione per far fronte all’assenza e all’invecchiamento delle competenze necessarie per “stare dentro” all’innovazione e non subirla. Ma questo investimento come sta concretamente andando? Nel 2023 solo 708.000 aziende su cinque milioni di imprese in Italia hanno messo in campo della formazione per i loro dipendenti, Quindi siamo tutti preoccupati dai processi di innovazione in corso ma non sufficientemente impegnati concretamente per la formazione dei giovani e la riqualificazione delle persone in generale. Un grande spreco calcolato dalla società Enzima12 in circa 44 miliardi di euro, a tanto ammonterebbe il costo del deficit di competenze non coperti dalla formazione.

SFIDE DIGITALI E NUOVE PROFESSIONI: DECODIFICHIAMO IL PRESENTE PER CAPIRE E COSTRUIRE  IL FUTURO

Parafrasando l’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, distinguendo il debito buono da quello cattivo, il Prof Federico Butera, recentemente scomparso, parlava di intelligenza artificiale buona e cattiva, dove quindi i due aggettivi assumono una rilevanza in relazione all’uso che ne fanno le istituzioni, le organizzazioni e quindi in ultima istanza le persone, Tale capacità di farne uso richiama a sua volta principi e concetti come responsabilità, etica, competenze. Il Prof, Butera nella sua analisi si discosta così sia dagli analisti cosiddetti tecnoottimisti e dagli apocalittici. Adotta una prospettiva diversa, quella dei progettisti di politiche pubbliche industriali e organizzative con la creazione di sistemi socio-tecnici dove convivono persone e innovazione. Quindi un approccio molto orientato al fare, al trovare soluzioni e proposte operative affinchè le persone continuino ad essere protagoniste nel bel mezzo di questa quarta rivoluzione industriale.

Quindi non solo ostacoli ma anche grandi opportunità. Siamo di fronte alla nascita di figure professionali che fino a pochi anni fa non esistevano e oggi sono altamente richieste:

—Data Scientist & Analist: esperti nell’interpretare grandi volumi di dati per estrarre insight strategici

—AI/Machine learning Specialist: sviluppatori che creano e implementano soluzioni di AI

—Cloud Architect: professionisti che progettano e gestiscono infrastrutture e servizi in cloud

—Cybersecurity Analyst: esperti dedicati a proteggere sistemi informativi e dati da minacce e attacchi

—Digital MKT specialist: esperti con focus su ottimizzazione motori di ricerca e strategie di Mkt on line

—Sustainability manager: figure con focus digitale che integrano la sostenibilità nei processi aziendali       sfruttando le tecnologie digitali.

PROFONDA RICONFIGURAZIONE DELLE PROFESSIONI TRADIZIONALI

Molti ruoli esistenti non scompaiono ma si arricchiscono di nuove competenze digitali

—Il commerciale che utilizza CRM avanzati, tool di analisi predittiva, piattaforme di social selling

—L’addetto alle risorse umane che impiega SW per il recruiting basati su AI

—Sviluppatore SW

—Campo scienze della vita: biologi, medici, biotecnologi

—Campo dell’Energia

CRITICITA’ DI CUI ESSERE CONSAPEVOLI

—Esercitare la responsabilità. Essere responsabili diventa ancora più vitale in questa fase di innovazione, vale per le istituzioni, vale per le organizzazioni, vale per le persone ad iniziare da quelle che operano nello sviluppo di queste tecnologie, Abbiamo una gestione di fatto privatistica dei dati, questi ultimi, come è stato detto, in questa quarta rivoluzione industriale rappresentano il nuovo petrolio come valore sul mercato, ecco perché la responsabilità e l’etica della responsabilità devono guidarci nel nostro lavoro quotidiano.

—I consumi energetici, idrici e la produzione di CO2. La mole impressionante di dati necessari alla AI generativa e ancora di più per l’ulteriore suo sviluppo in AI generale, richiede investimenti in grandi Data Center dove custodire e proteggere  questi dati, questi data Center hanno necessità di tanta energia e tanto consumo idrico per il loro raffreddamento. Poi abbiamo il tema dell’efficienza energetica delle reti che devono garantire sempre maggiore velocità alla trasmissione dei dati e delle informazioni. Su questo tema dell’efficientamento energetico in tema di ricerca e implementazioni di soluzioni innovative non  sta marciano alla stessa velocità della innovazione tecnologica. Anzi ritengo che questi aspetti possano rallentare la velocità sin qui riscontrata sullo sviluppo di forti innovazioni tecnologiche e che appunto stanno caratterizzando questa quarta rivoluzione industriale.

RUOLO DELLA FORMAZIONE E DEL SISTEMA DI ISTRUZIONE

Quali competenze  e quale ruolo deve avere il nostro sistema di istruzione. Sulla sua adeguatezza, su ciò che si sta facendo e si deve fare, come si sta facendo è una discussione che deve andare di pari passo con quella sulla innovazione in generale e nello specifico sull’ AI.

Non possiamo continuare a parlare genericamente di formazione necessaria per acquisire le competenze che ci servono per non restare emarginati e quindi subire l’innovazione. La mia opinione è che gran parte della formazione attuale e del nostro sistema di istruzione, Università compresa, salvo casi positivi e auspicabilmente in grado di diffondersi e fare proseliti, non sia attrezzata alla sfida di questa innovazione tramite l’utilizzo di metodologie didattiche adeguate e cioè molto esperenziali.

Ne parlava già Don Bosco che esercitava tale approccio tramite le scuole Salesiane, lo sosteneva l’ex Ministro e linguista Tullio de Mauro, ho letto recentemente, visitando una sua mostra, il pensiero in merito dell’artista Giò Ponti “Impari le cose fatte con le mani. Non impari nulla che non sia prima nelle mani”.

Tale approccio, considerato in alcuni ambienti scolastici e accademici sbagliato ritenendo che non si può arrivare al fare senza prima aver acquisito un forte impianto teorico (non parlo per sentito dire ma per averlo ascoltato direttamente da un Prof universitario in occasione di un recente dibattito cui entrambi partecipavamo) richiede la costruzione di un  nuovo paradigma cioè la costruzione di un ecosistema formativo territoriale nel quale non vi sono gerarchie prefigurate in anticipo, le Istituzioni che fanno la programmazione, i soggetti formativi che gestiscono, le imprese sullo sfondo che osservano e criticano, il territorio praticamente esautorato da tutto. Il nuovo ecosistema formativo territoriale di cui parlo vede i soggetti sopra menzionati in una forte cooperazione tra loro in tutte le fasi di un processo formativo, dalla programmazione al momento finale di certificazione delle competenze, Questo significa innalzare le responsabilità di ognuno ad iniziare dalle imprese che assumono sempre più consapevolezza di un loro ruolo anche sociale,

Questa metodologia esperienzale, che significa la valorizzazione delle organizzazioni come luoghi di apprendimento e non solo come luoghi di produzione,  è sempre più necessaria oggi perché è il cambiamento e l’innovazione in corso che lo richiede e che è in grado ad es. di mettere nelle condizioni i giovani di appassionarsi “imparando facendo”, questo non vale sono per l’acquisizione di competenze tecniche ma anche per quelle cosiddette soft e quindi in ultima analisi per la crescita della persona che resta sempre il valore fondamentale di un percorso formativo.

Due interessanti esperienze formative in atto e che si stanno sviluppando mi fa essere ottimista:

Il terziario professionalizzante non universitario, gli ITS Academy e la riforma dell’Istruzione tecnica secondaria e professionale, nota come il 4 più 2.

Gli ITS Academy: Circa 70 corsi biennali di 2000 ore di cui circa la metà tra stage aziendale, project work, visite aziendali. Oltre il 70% dei docenti proviene dal mondo del lavoro, hanno una organizzazione strutturata nella didattica ma nel contempo molto flessibile. I diplomati dai corsi ITS nell’85% trovano lavoro entro un anno dal diploma e, dato ancora più interessante oltre il 95% trova un buon lavoro cioè coerente con il percorso formativo effettuato. La fondazione ITS Academy Adriano Olivetti ha recentemente concluso il primo anno  di un progetto triennale curato da NOMISMA, socia della Fondazione, sul bilancio di impatto sociale nel quale tra i vari elementi analizzati emerge che per ogni euro investito vi è una ricaduta economica e sociale sul territorio pari a 10 volte. I soci dell’ITS Academy Adriano Olivetti sono 120 di cui ben circa 80 sono aziende del territorio Emiliano Romagnolo e non solo, fondamentale è la collaborazione con il sistema delle imprese per lo sviluppo della formazione esperenziale. Per rafforzare la dimensione “qualità della didattica” è stato realizzato con Giunti editore; anch’esso nostro socio, un progetto di realizzazione di materiale didattico cartaceo ed e.book sulle tematiche dell’AI e della cybersecurity con le importanti collaborazioni del Prof, Michele Colajanni dell’Università di BO e della Fondazione Bruno Kessler di Trento,

La recente riforma della istruzione secondaria tecnica e professionale con il quattro più due, dove i due sono gli anni che un diplomato/a può fare in un ITS rappresenta una svolta innovativa di quel segmento di istruzione secondaria. Si tratta di una opportunità in più per i giovani oltre al lavoro dopo il diploma e alla iscrizione all’ Università per entrare nel lavoro con una forte specializzazione che acquisisce con i due anni di ITS che li avvicina nella realtà del sistema produttivo e per trovare come si diceva un buon lavoro. Interessante è anche la proposta del Ministro dell’istruzione e del merito Prof. Valditara per aggiungere al più due un ulteriore anno che gli permetterebbe di acquisire un diploma di laurea triennale.

Come dicevo qualche cosa si sta muovendo anche sul versante della formazione e della Istruzione, occorre, come dicevo in precedenza discutere di più di questi aspetti almeno al livello della discussione, giusta e importante, che c’è sulla innovazione e sull’AI, proprio perché se la riflessione non è a tutto campo e con forti connotazioni interdisciplinari rischiano di avanzare in tempi diversi con le conseguenze inevitabili che le criticità da molti segnalate sulle conseguenze di questa rivoluzione industriali superino le opportunità che dalla stessa possono derivare,

Gaudenzio Garavini Presidente ITS Academy Adriano Olivetti